Tanto inchiostro, anzi più che altro polpastrellate sono spesso spese nello sottolineare le problematiche delle mogli expat, dal disorientamento alla depressione passando per la nostalgia, il senso di annullamento, la tensione e, a volte, il divorzio tout court.
Non si parla mai, però, di un problema molto più grande da risolvere e che si ripresenta puntuale ad ogni nuovo cambio di destinazione : la scelta del parrucchiere. Per anni seconda in lista dopo quella del pediatra, domina la classifica ora che i bambini sono più grandi ed io meno ansiosa.
E francamente, guardandomi in giro, credo che non si tratti solo di un mio problema. Le colleghe expat le riconosci proprio dall'assenza prolungata di una forbice e di una tinta. Quelle che arrivano con un taglio corto, come la sottoscritta, tempo qualche mese si aggirano con in testa una specie di "mocio"  spesso costretto in mollettine, fasce e congegni vari, quelle invece che portano il capello lungo, hanno code di cavallo lunghissime quasi fino a terra oppure trecce impostate da ingegneri. Sorvoliamo sulle ricce.

La verità è che non è facile affidare la propria chioma al primo sconosciuto senza temere il peggio. E non solo. La tecnica di taglio e piega varia enormemente da paese a paese quindi anche i nostri capelli possono vivere un vero e proprio shock culturale.
Io, per esempio, mi sono trovata benissimo in Asia. A Taipei, avevo esitato diversi mesi prima di entrare da un parrucchiere anche perché ancora fedele al mio di Milano. Poi la situazione si era fatta talmente grave che mi ero decisa e, chiedendo in giro alle colleghe che mi sembravano messe meglio, avevo scelto la mitica Selina. E' stato un incontro che mi ha cambiato la vita. Non solo è riuscita ad individuare lo stile di taglio che non ho più abbandonato da ormai sette anni ma mi ha anche suggerito, in futuro, di affidarmi soprattutto a parrucchieri asiatici per il tipo di capello molto simile a quello orientale. 

Ho seguito il suo consiglio a Montreal, affidandomi alla sexy Igaia, parrucchiera filippina eccezionale nonostante l'apparenza trasandata del negozio in cui lavorava. 
I tempi di permanenza per un taglio, già lunghi con Selina, da Igaia erano interminabili perché, precisissima, affrontava capello per capello, mentre cicalecciava in tagalo con un gruppo di filippine che, stravaccate su divanetti di pelle sgualcita, commentavano live taglio e risultato.
A New York ho avuto invece qualche difficoltà. I saloni dei parrucchieri a Manhattan incutono soggezione non solo per i prezzi ma anche per l'organizzazione. Come da Starbucks, troppe sono le decisioni che devi prendere prima di poterti bere un caffè (la dimensione della tazza, tipo di caffè, tipo di latte, tipo di zucchero etc) oppure, in questo caso, farti un taglio : vuoi svuotare il conto in banca e affidarti al capo bottega oppure salvare qualche spicciolo e scegliere un apprendista con il rischio poi di spendere il resto in alcol per un taglio mal riuscito ? e lo shampoo, e la crema, e il balsamo ? ma soprattutto vuoi anche la messa in piega ? Si perché, almeno nei parrucchieri che ho consultato io, la messa in piega è un extra. In teoria puoi uscire con i capelli bagnati oppure, come mi è successo una volta, ti mettono in mano un asciugacapelli dicendo "fai tu!".

Per mesi ho temporeggiato. Nella testa ancora il monito di Selina "trovati un parrucchiere asiatico" e così cercando su internet ne ho trovato uno giapponese tra l'altro non lontano da casa, più o meno all'altezza della Columbia University.
Ho così riscoperto, con un certo sollievo, la lentezza a cui ero abituata ma, dopo la tinta, sembravo la protagonista di un manga. L'oscurità del posto, peraltro molto studiata, non consentiva di avere una reale percezione della gamma cromatica dei colori e per questo, una volta uscita, mi sono accorta di essere diventata praticamente bionda. Non sarebbe stata l'ultima volta.
Con grande sconforto ho capito che avrei dovuto cercare altro ed è così che mi sono imbattuta in Kathy, la parrucchiera violinista della 83ma strada, colei che mi ha ridato fiducia nel talento degli occidentali.
Da lei i tempi di permanenza si sono ridotti ma sarei rimasta molto volentieri a chiacchierare più a lungo del suo passato da violinista e dei suoi viaggi, nonostante le foto improbabili che scorrevano sullo schermo di un ipad posizionato vicino alla cassa. Il suo negozio era piccolo ma così nuiokkese che anche una stupida spuntatina assumeva caratteri cinematografici.
Chissà se si è mai chiesta che fine avessi fatto. L'ho lasciata senza dirle niente ma sono sicura che ci rivedremo.

La stessa domanda se la sarà fatta anche Sean, l'hairstylist che ho, invece, pescato per caso a Shanghai. Un giorno per caso una sconosciuta ha postato in uno dei tanti gruppi su wechat il contatto del suo parrucchiere taiwanese ed io ho colto la palla al balzo. Uno di quei chiari segnali da cogliere al volo che, come in un videogame, ti fanno accumulare punti ma anche avanzare di livello. Del resto io la vita la vedo un po' così, già scritta e pianificata da un abilissimo programmatore, con diversi finali a seconda delle scelte fatte durante il percorso.
Ho preso appuntamento con Sean nel negozio dove ha lavorato fino ad un paio di mesi fa, molto chic e frequentato dalle sciure bene di Shanghai. Esattamente agli antipodi di quello un po' sgangherato e spartano di Montreal. Sono entrata con la certezza che mi sarei fermata poi a lavare e a piegare gli asciugamani per saldare il conto e invece ho trovato i prezzi, soprattutto per taglio e messa in piega, assolutamente allineati se non addirittura meno cari di New York e Milano.
Davanti a me, anzi dietro, un giovane ragazzo con giubbotto di pelle, jeans attillati, stivali, occhialini cerchiati d'oro e ciuffo ribelle che, con costanti quanto inutili sterzate di collo, cercava di evitare che gli cadesse sull'occhio destro. Bravissimo. Nonostante l'inglese un po' approssimativo ci siamo capiti all'istante, ecco magari meno sul colore, e non ha sbagliato un taglio, mentre mi raccontava anche della sua esperienza in televisione come hairstylist per un famoso reality show locale. I tempi di permanenza si sono ovviamente allungati di nuovo ma con tante piccole attenzioni di cui solo gli asiatici sono capaci. 
Allo scadere della prima ora, mi allungava puntuale un cavo per ricaricare il cellulare seguito da un cappuccino e biscottini. Le prime volte ho temuto che saremmo arrivati a cena ma, in media, dopo tre ore, ero congedata.
Quando si è presentato ad un appuntamento in ritardo di dieci minuti, non solo ha chiamato per avvertirmi ma mi ha offerto mezzora di massaggio alla testa.

Poi sono arrivata a Tel Aviv ed è tutto cambiato di nuovo. Il parrucchiere israeliano ha tendenzialmente un aspetto tamarro. T-shirt stropicciata, shorts, infradito, barba incolta e capello tinto male sembrano essere di moda fra gli esperti del settore. Ne ho vigliaccamente testato qualcuno sui miei figli ancora abituati, come me, ad avere cinque lavoranti cinesi che massaggiavano e lavavano la loro testina prima di essere sottoposti a due ore di forbici e clipper.
A Tel Aviv, il primo parrucchiere li ha schiaffati su una poltroncina e bloccando con il palmo di una mano la loro capa, con l'altra li ha rasati in 7 minuti netti. 
Niente talco per pulire il collo ma un bel colpo di asciugacapelli, sollevando una nuvola di peli che si è depositata a pochi centimetri di distanza da dove ero io con pantaloni di lino bianco.
"AT LO ROZA ? (tu non vuoi ?) mi ha chiesto, alludendo ad un eventuale trattamento per la sottoscritta mentre continuava a scuotere teli strapieni di crine, "LO TODA (no grazie)" e sono fuggita.

Rinunciando all'intuito e al caso, ho cominciato a chiedere in giro e soprattutto in famiglia. La cosa, però, non ha sortito un grande effetto. Mio suocero è calvo, mia suocera porta i capelli rasati e si rapa in casa, mia cognata non credo vada mai dal parrucchiere. Alla fine un contatto me l'ha passato mio cognato specificando però che si trattava di un amico bravissimo ma del tipico parrucchiere delle 72 ore, nuovo concetto che mi è stato spiegato così : "quando ha finito vuoi morire e ucciderlo ma dopo 72 ore ti rendi conto che ha fatto un buon lavoro."  Ok, passo.

Sfiduciata, mi sono rivolta a Internet fino ad imbattermi nelle recensioni di un salone a Tel Aviv che sembrava fare al caso mio. Clientela internazionale, staff medio tamarro e un bel negozio in uno dei miei quartieri preferiti. Prima di prendere appuntamento sono andata a fare un sopralluogo. Ad accogliermi un gentilissimo ragazzo gay che con un inglese perfetto si è appuntato sull'agenda la data del mio debutto.
Sarei dovuta andare da loro il giovedì mattina seguente alle nove e mezza del mattino. Abituata al passato mi sono tenuta la mattinata libera da altri appuntamenti. Alle dieci avevo già finito. Jonathan, uno stecco di uomo sulla quarantina, originario dello Zimbawe ma in Israele da trent'anni, con una t-shirt sgualcita, dei pantaloncini jeans con risvolto ma, tocco chic, al posto delle consuete infradito, un paio di All-Star in pelle, mi ha capita al volo e, senza troppe chiacchiere, congedata in tempi record. Pronta psicologicamente ad attendere le famose 72 ore, sono invece rimasta subito soddisfatta.
Stessa rapidità anche per il colore di cui si è occupato Zion, un altro parrucchiere più vicino a casa e già testato con successo da due amiche. 
Dall'aspetto più burbero di Jonathan ma altrettanto taciturno, ha esaminato la situazione cromatica disastrosa del mio crine e, senza farmi troppe domande, impugnando un pennello, ha applicato la tinta con la stessa grazia con cui un muratore schiaffa la calce su un muro. Solo alla fine, si è complimentato con se stesso per il risultato, rivolgendomi un NOW YOU LOOK NICE che, francamente, ancora adesso a due settimane di distanza, non saprei come interpretare.
Una cosa però è certa. Trovato non uno ma addirittura due parrucchieri, la mia vita in Israele sarà solo in discesa.





Ma io soprattutto chi sono ?
Francamente è la prima volta in cui non so davvero da dove cominciare a dipanare quella matassa di eventi in cui sono rimasta ingarbugliata da quando ho lasciato Shanghai.
Il passaggio Cina-Israele è stato a dire poco frastornante e per la prima volta in vita mia sono in pieno cultural shock proprio nell'unico posto, fra i tanti che ho girato, a me più familiare.
Sarà che sono anche approdata all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv dopo un'ultima settimana a Shanghai di beata solitudine.
Spediti in anticipo figli e coniuge in Israele, sono rimasta ben volentieri ostaggio della Cina che, per lo sbrigo di una serie di menate burocratiche legate alla nostra partenza, mi ha sequestrato il passaporto per qualche giorno.
Una congiuntura astrale favorevole combinata alla mia grande scaltrezza hanno fatto si che il coniuge non avesse altra scelta che aderire al mio piano di approdo ritardato in Israele.
Quelli a Shanghai da sola sono stati giorni di silenzio, pace, passeggiate, aperitivi e cene senza orari. E' incredibile con che rapidità ci si possa dimenticare di essere la madre di o la moglie di e goderne profondamente.
Tuttavia, la magia è stata bruscamente interrotta già dal casino levantino dell'aeroporto di Istanbul dove ho atteso per quattro ore la coincidenza per Tel Aviv. Sempre meno cinesi, nella media longilinea, glabri e discreti, sempre più uomini sovrappeso, pelati e pelosi con valigie enormi.

Ad accogliermi a Tel Aviv dove al controllo passaporti ho avuto un momento di disorientamento e di crisi di identità del tipo io chi sono e da dove vengo,
oltre ai miei figli, coniuge e famiglia, che ho rivisto davvero volentieri, anche un 
gruppo di improbabili agenti immobiliari che avrebbero allietato le settimane successive di frenetico house hunting.
L'impresa si è rivelata più difficile del previsto in parte perché TLV è una città cara per cui i prezzi degli affitti sono alle stelle e in parte perché gli appartamenti abbordabili o sono nuovi di pacca ma piccoli, sprovvisti di armadi e di elettrodomestici, oppure datati e in più tenuti davvero in condizioni pietose da chi ci abita.
Mi è capitato diverse volte di entrare in casa di persone, anche rispettabili, con la netta sensazione che fossero state appena derubate. Pochi, forse in due, si sono presi il disturbo di raccogliere mutande sparse sul pavimento, di lavare i piatti sporchi impilati nel lavandino o, voglio esagerare, di rifare i letti.
Un tizio mi ha addirittura accolto semi nudo, coprendosi le parti intime con un asciugamano, scusandosi che era appena rientrato da un viaggio; il marito di una, invece, pisolava a letto e non si è scomposto di una virgola quando sono entrata a ispezionare la stanza; il bambino obeso di un'altra mi ha fatto aspettare mezzora in piedi sua madre di ritorno dal lavoro mentre stravaccato sul divano si ingozzava di patatine unte.

Ad accompagnarmi in queste visite da cui emergevo sempre più allucinata e depressa, un ensemble di estate agents decisamente diversi da quelli con cui ho avuto a che fare in passato ovunque nel mondo e Shanghai compresa dove mi ero permessa qualche attacco di stizza nei confronti del povero Eric che, comunque, nel giro di un paio di giorni aveva capito che cosa stessi cercando e me lo aveva anche trovato.
L'agente immobiliare israeliano si offende se gli dici, per altro obiettivamente, che l'appartamento che ti ha fatto vedere fa schifo. La prende sul personale dimenticandosi che la cliente sono io e non lui.
Nel momento in cui lasci trapelare un vago interesse per qualcosa, ti mette già in mano il contratto d'affitto e la penna con cui firmare l'assegno per la commissione che chiederà un po' a tutti e magari anche a tuo fratello.
L'esigenza di concludere adesso/subito/in questo istante è un tratto caratteristico degli Israeliani, soprattutto quando ci sono in ballo i soldi, perché per loro davvero del diman non v'è certezza. Con un passato alle spalle certo non incoraggiante in questo senso, temono infatti di ritrovarsi in mezzo al Mar Rosso per di più senza uno con le palle come Mosé.
Per la sottoscritta che può permettersi una prospettiva sul futuro più rosea e a lungo termine, questa pressione snerva e alla fine, a quel paese, li mando io direttamente.

Resta comunque fondamentale familiarizzare con il gergo utilizzato dai "cerca case" in modo da evitare inutili perdite di tempo o facili disillusioni.
Fra le espressioni più gettonate emerge quella di binian boutique, o immobile boutique, dove quel "boutique" vorrebbe fare eco ai boutique hotels che spopolano ultimamente per l'offerta di ambienti particolarmente eleganti e raffinati. 
Io in quel "boutique' ho riposto tante speranze, dopo aver visto tutto quello che "boutique" non era, ma conoscendo i miei polli, ero certa dell'equivoco.
E infatti, a Tel Aviv, i binian boutique altro non sono che dei palazzi con un androne pulito senza sabbia e pattume vario ed un portinaio non in canotta.
Quelli poi più "boutique" di altri hanno nelle hall agghiaccianti divani di pelle umana e alle pareti giganti decorazioni di plastica colorata intrecciata che gli agenti ti mostrano con lo stesso tono impostato di un critico d'arte davanti a un Rothko.
E' poi molto probabile che in un binian boutique esistano delle mini penthouse, appartamenti più mini che penthouse conosciuti da noi come ultimo piano
termine decisamente meno chic ma più sensato.
Sorvolo sulla divisione degli spazi e sulla scelta di materiali e arredi ma ad un agente che me la menava sul fatto che l'appartamento in questione fosse stato sistemato da un designer molto famoso ho fatto presente che francamente mi sembrava un bordello di lusso. Non ha gradito.

Credo di aver visitato tutti gli appartamenti disponibili a nord di Tel Aviv, in una zona che si chiama Ramat Aviv, schiacciata fra il mare e l'Ayalon, la superstrada che attraversa la città da sud a nord. In uno dei quartieri di Ramat Aviv abitano anche i miei suoceri ma, con almeno un paio di isolati di distanza, la cosa non mi turbava più di tanto. 
Volevo solo un posto comodo, centrale, vicino al mare ma comunque ben collegato alla scuola dei bambini, che è ad una decina di chilometri di distanza, e al lavoro del coniuge. Bene, questo posto non esiste se non nella mia immaginazione. 
Ciononostante non mi sono data per vinta e per sedici giorni consecutivi, dalla mattina alla sera, ho perlustrato come un segugio tutti i complessi residenziali di Ramat Aviv dai nomi più inconsueti, Ramat Aviv Aleph (A), Ramat Aviv Bet (B), Ramat Aviv Gimel (G), Ramat Aviv Hadasha (Nuova Ramat Aviv) e blah, blah, blah.
Ad una sola cosa non ero infatti pronta a rinunciare e non avrei mai rinunciato : volevo un appartamento con delle finestre da cui vedere i tetti della città.
Dopo sole 48 ore, già mi mancavano la dimensione, le distanze e gli scorci della grande città. Mi mancava la metropolitana che ti inghiotte e ti risputa in zone sconosciute dove non hai riferimenti, mi mancavano i marciapiedi larghi e la folla di crapini neri che ti investe di suoni incomprensibili e poi passa oltre, mi mancavano gli odori ma anche le puzze, la biancheria stesa agli incroci e, ovviamente, Muji.

Al diciassettesimo giorno di ricerca abbiamo finalmente trovato lo spazio che ci ospiterà nel corso dei prossimi mesi e non mi azzardo a dire anni visti i recenti trascorsi. E con la coerenza che mi contraddistingue sarà per l'appunto una casa, e non un appartamento, a Hertzelia Pituach, sobborgo a nord di Tel Aviv ma perlomeno sul mare.
Dalla finestra, invece dei grattacieli, vedrò un ulivo.



























Da una decina di giorni Didi, l'applicazione per chiamare i taxi scaricabile sul cellulare, è disponibile in inglese. Dopo mesi di tortura, mal di testa e smadonnamenti ogni volta che cercavo di chiamare un taxi lottando con indirizzi di destinazione da trovare in cinese, conversazioni incomprensibili con il tassista di turno che non capiva  mai né dove venirmi a prendere, né dove recapitarmi, adesso in due minuti il tutto è risolto. E' inoltre possibile inviare al tassista messaggi in inglese che un magico traduttore istantaneo trasformerà nei soliti caratteri geroglifici.
E così adesso che un aspetto della vita quotidiana qui a Shanghai mi si è notevolmente semplificato, mi sembra ovvio che sia arrivato il momento di partire di nuovo.
No, non è uno scherzo, ho ripetuto ad amici ma soprattutto a me stessa quando, qualche mese fa, abbiamo capito che, nostro malgrado, anche questa volta non sarebbe durata a lungo e che sarebbe stato opportuno prendere in mano la situazione prima di lasciare che l'azienda dei "trucchi" ci imponesse nuove destinazioni. E così l'abbiamo lasciata, grati per l'occasione che ci ha dato, ormai sette anni fa, di girare il mondo ma molto meno per avere ultimamente sottoposto la nostra famiglia a tensioni e stress emotivi a causa di ridicole "logiche" interne e di giochi di potere di un management di mangia baguette ipocrita ed irriconoscente. Mi fermo qui.

Fatto sta che, a distanza di dieci mesi, tutte le nostre cose, mobili, foto, pentole e mutande sono state nuovamente riposte in circa centocinquanta scatoloni di cartone in attesa di salpare per Tel Aviv, città che ci ospiterà per qualche anno e che si trova in Israele, piccolo e quieto stato del Medio Oriente di cui si sa poco o niente e per nulla rilevante sullo scacchiere internazionale. Ci annoieremo consolandoci, però, con il mare, le spiagge ed un clima che, a mio parere, dovrebbe essere iscritto nel patrimonio Unesco.
Contenta allora di partire ? No, di partire no. Sarò contenta di arrivare, di aprire un ennesimo quaderno di vita con pagine bianche da riempire di nuove esperienze, di conoscenze e di impressioni ma adesso, che sono ancora qui a Shanghai per qualche giorno, c'è solo spazio per la nostalgia di dieci mesi che si stanno trasformando già in un ricordo.
La sensazione è sempre quella che non sia mai successo nulla. Da attrice delle mie giornate in una città che è ormai familiare sono tornata ad esserne spettatrice dalla finestra di quella stanza d'albergo da cui la guardavo disorientata poco tempo fa.

Chi l'avrebbe mai detto. Se uno rileggesse le mie impressioni durante la prima visita, quella famosa discovery trip, penserebbe che sono pazza. Avrei voluto morire. Il cielo grigio topo, quelle super strade infinite di cui una, la Yanan, sarebbe diventata uno dei miei punti di riferimento, la distesa infinita di squallidi palazzi apparentemente disegnati su Minecraft, la trasandatezza e gli sputi, nulla sembrava incoraggiante. Venivo anche con il cuore a pezzi da Nuiok e non da Karachi. Il paragone con la città dove vivevo e avevo sempre sognato di vivere mi faceva venire il latte alle ginocchia, la pelle d'oca, l'eritema, la sciatica. Insomma era sconfortante.

Mi trovavo anche nella fase che ho da sempre più difficoltà a gestire, quella di transizione quando mi sento sospesa fra un posto a cui sto per non appartenere più ed uno a cui non appartengo ancora.
Una volta approdata a Shanghai in una zona comoda e centrale come Xintiandi, punto di partenza ideale per scoprire la città con, da un lato, scorci urbani decisamente più moderni e occidentali e dall'altro, malgrado ancora per poco, un tessuto di vicoli e stradine dove pulsa il cuore autentico della città, mi sono ricreduta. 
Il mio cervello ha riattivato il mode "Asia" e tutti quegli aspetti che Shanghai e Taipei hanno in comune, da alcuni orrori edilizi a certi odori improvvisi e pungenti per strada o nei supermercati, sono stati subito riassimilati senza troppa difficoltà, permettendo invece di concentrarmi su quelli che rendono questa città meravigliosa ed imprevedibile.
L'ho girata in lungo e in largo, in scooter, a piedi, in bicicletta, dal Bund alla Concessione Francese fino ai suoi quartieri più periferici. Ho mangiato benissimo in ristoranti un po' improvvisati dove difficilmente gli occidentali si avventurano e in quelli super chic con viste mozzafiato sui grattacieli di Pudong, mi sono intrufolata nei vecchi lane del centro dove la gente più semplice vive alla giornata fra panni stesi e chiacchiere con i vicini, presidiando vecchie case spesso fatiscenti, destinate prima o poi ad essere divorate dalle ruspe dei developers per fare spazio a nuovi condomini di lusso. 
Mi sono rifatta gli occhi nei mall chic con i pavimenti lustri ed i bei negozi ma le spese le ho fatte nei mercati, dal tessile all'ottica, dove un paio di occhiali di ottima fattura costa un terzo rispetto all'Italia, oppure online su Taobao dove si acquistano direttamente dalle fabbriche prodotti che sono poi rivenduti in Europa o negli Stati Uniti tre volte tanto da marchi occidentali.
Dei Shanghainesi ho amato la gentilezza, il garbo e la tranquillità ma ho sopportato a fatica la mancanza di intuito e di iniziativa per lo più conseguenti ad un tipo di educazione e di indottrinamento che non li allena a pensare con la propria testa. Del resto è la nostra fortuna perché se fossero anche creativi, oltre che disciplinati, precisi ed instancabili, ci avrebbero già mangiato in insalata.
Esistono ovviamente le eccezioni ma, nell'arco di dieci mesi, mi sarò imbattuta in una o forse due al di fuori di Jack Ma, uno dei miei miti, nonché fondatore di Alibaba e Taobao.
Ho comunque avuto la fortuna, ancora una volta, di conoscere tante belle facce nuove. Alcune di queste sono diventate una presenza quotidiana ed importante della mia vita qui a Shanghai. Con loro ho condiviso un periodo breve ma significativo che, nella vita di una expat, equivale ad anni di amicizia sedentaria.
Cambiano le nostre coordinate geografiche ma sicuramente non quello che mi lega a loro che sono riuscite ad inquadrarmi meglio di tante persone che mi conoscono da sempre.

Insomma, la mia vita assomiglia un po' ai Sand mandala tibetani, quelle meravigliose composizioni geometriche di sabbia colorata che, secondo la tradizione buddista, non appena terminate devono essere subito distrutte per sottolineare l'aspetto mutevole dell'esistenza. Oppure, con una metafora meno poetica ma altrettanto efficace, al posteggio in zona rimozione, quando giri per ore, finalmente lo trovi, fai manovra, spegni il motore, prendi la borsa, esci ma vedi il palo con il cartello Divieto di sosta

E così in questi ultimi giorni vago a zonzo per la città, immortalando con la mia macchina fotografica quei luoghi del cuore che, come già molti altri, faranno parte della mia città invisibile, l'unica che non lascerò mai e l'unica a cui, in fondo, mi sento di appartenere veramente.


"but the years passed so quickly I had to search videos and photo albums for proof of our shared life. It happened. It must have. We did all that living. And yet it required evidence, or belief."  
Here I am, Jonathan Safran Foer 





Ci separano una ventina di piani ma ci incontriamo spesso in ascensore, oppure nell’androne del nostro palazzo quando lei lo attraversa rapida, quasi si muovesse a levitazione magnetica come il Maglev, il treno rapido che collega l’aeroporto di Shanghai a Pudong, sempre sorridente e con quello stile disinvolto ed elegante, così poco sciura, che apprezzo molto, mentre io trascino i miei figli, scompigliata e distrutta, da o verso un’ennesima ed amena attività pomeridiana.
Fatto sta che questi brief encounters sono sempre, almeno per me, un’iniezione di buonumore perché poco importa lo stato pietoso in cui versi, lei riesce comunque a farmi un complimento con un tale entusiasmo che finisco sempre per crederci davvero.

Per Ileana i pannolini, i compiti, il corso di nuoto oppure la tediosa partita di pallone a cui assistere per poi mentire con tanti 'ma che bravo', sono finiti da tempo. I suoi tre figli, tutti abbondantemente sopra la ventina, ormai si gestiscono da soli e così bene che, contrariamente a quanto di solito accade, non sono loro che sono partiti lasciando indietro la mamma ma piuttosto il contrario. 
E' Ileana che nel settembre del 2015 li ha salutati per accompagnare “il Walter”, suo marito e figura mitica per me perché lei ne parla sempre ma io l’ho forse incrociato una mattina all’alba quando fremevo in attesa dello schoolbus, in una nuova avventura professionale e di vita qui a Shanghai.

E’ la prima persona che conosco, da quando giro come una zingara, che ha fatto questa scelta ad un’età più matura di tanti che, a partire dalla sottoscritta, si, si sono lasciati indietro amici ed affetti ma con ancora molto da costruire ed un’energia che io per esempio, già adesso che ne ho 41, non avrei già forse più.
Per questa ragione, oltre ad una simpatia immediata, è scattata una grande ammirazione per questa donna a levitazione magnetica con due occhi trasparenti e sinceri che mi ha parlato per la prima volta della sua storia sul marciapiede, in una soleggiata giornata di novembre quando, grazie ad un’amica comune, ci siamo finalmente incontrate per andare a vedere insieme una mostra in una galleria dell' M50 o Moganshan 50, un sito industriale riconvertito in spazi adibiti all’arte contemporanea.

A distanza di mesi, e approfittando di un tiepido sole primaverile, dopo esserci ripromesse di vederci per un caffè almeno duecento volte, abbiamo finalmente avuto occasione di farci una lunga chiacchierata sedute all’aperto in una nuova bakery vicino a casa.
Ho riso ad una serie di video che “il Walter” aveva girato in un parco di Shanghai in cui Ileana cercava di convincere dei passanti a cantare insieme a lei “Tanti auguri” in versione cinese, da inviare poi ad un’amica italiana per il suo compleanno, ma mi sono intenerita molto quando Ile, come la chiamano tutti, mi ha confessato che partire è stata dura e che sono scese tante lacrime fino al decollo. Davanti a lei, infatti, un grosso punto di domanda, una rete sociale da ricostruire da zero ed una dinamica di nuovo a due con “il Walter” che, come succederebbe a tutte, la impensieriva.
A due anni di distanza e a giudicare dalla sua fitta agenda di impegni, dalla scuola di italiano dove insegna, al coro in cui canta, senza contare la lunga lista di eventi a cui partecipa in quanto colonna portante dell’ADIS (Associazione Donne Italiane Shanghai) e a cui riesce a tenere dietro proprio perché a levitazione magnetica, mi sembra che si sia inserita alla grande qui a Shanghai. La sua arma vincente, oltre ad una spiccata socievolezza, credo che siano tuttora la curiosità e l'interesse nei confronti della cultura locale senza i soliti preconcetti ed una certa supponenza che io spesso ritrovo nella cerchia expat.

E a giudicare dall’espressione degli occhi quando parla del Walter, non posso che augurarmi, un giorno, di ritrovarmi così con “l’Iduzzo” senza la costante interferenza dei nostri 'adorati' figli e magari condividendo una nuova ed intrigante esperienza di vita.




Sempre sul pezzo e puntuale come sono, segnalo con quasi un mese di ritardo una graditissima menzione di Qui(nonè)taipei sul sito www.expat.com (sezione Italia) insieme ad altri blog di colleghe, o mamme in esilio, che vi invito a leggere prima di fare la nostra stessa pazzia.
Ovviamente scherzo e, anzi, proprio il racconto delle nostre esperienze, sebbene diverse e uniche nel loro genere, io credo possa essere di stimolo e di conforto per chi stesse valutando di fare le valigie o meno.
Cliccate qui per saperne di più :
http://www.expat.com/newsletter/top/398_marzo-2017.html



Alle 9.29 del martedì e del giovedì mattina, pioggia, vento, afa, inquinamento, neve, bombardamento, Trump, suona il campanello. Al di là della porta uno dei personaggi chiave della mia vita shanghaiese che presento su questo blog con un ingiustificabile ritardo. Lui è il maestro Wang, o Wang laoshi, l'uomo che ha avuto dal destino l'ingrato compito di insegnarmi cinese.
È arrivato in ritardo solo due volte - erano le 9.31 e mi ha mandato un sms di scuse alle 9.29.

Contro il maestro Wang la sfortuna si è purtroppo accanita due volte. La prima quando la scuola per cui lavora lo aveva assegnato ad Iduzzo che, nel giro di qualche settimana, aveva gettato la spugna perché il corso era troppo impegnativo. Pare, invece, che si sia trattato di una separazione consensuale poiché il coniuge aveva chiesto uno spostamento di orario che però a Wang non andava bene e quindi quale miglior occasione per scaricarsi a vicenda ?
La seconda quando, una decina di giorni dopo, la stessa scuola gli ha chiesto di insegnare alla sottoscritta e, tu guarda, proprio in quell’orario scomodo che non gli aveva permesso di esaudire la richiesta del consorte.
Nel mio caso, però, io credo lui abbia erroneamente intravisto un grande potenziale quando, al test per determinare il livello, ho capito come barare sulla traduzione di alcune frasi che sembravano ripetersi, facendo un'ottima figura. "Your Chinese is very good" mi ha detto serissimo.

Le prime lezioni sono state durissime. Novanta minuti di sofferenza in cui sentivo il cervello contrarsi e chiamare al raduno i pochi neuroni rimasti, per poi fondersi completamente con fumo dalle orecchie.
I miei ripetuti tentativi di divagare, con domande all'apparenza generiche ma in realtà mirate a saperne un po' di più sul mio quieto torturatore, venivano puntualmente ed educatamente stroncati.
Intanto il tempo passava lento e, trascorsa la prima mezz'ora, ne avevo già fin sopra i capelli perché, nonostante le apparenze, il cinese non è una lingua semplicissima. Nonostante infatti il maestro Wang ami ripetere che si tratta di una lingua very logical, io ho ancora le mie perplessità.
A momenti di esaltazione per essermi ricordata l'ennesimo vocabolo di tre lettere, con almeno cinquanta significati diversi a seconda dell'impercettibile accento con cui è pronunciato, ne seguivano di altrettanto frustranti.
 Ma il maestro Wang, lui, non si è mai dato per vinto e, anche ricorrendo ad assurdi ma apprezzabili incoraggiamenti del tipo : “Anna if you use this word, people will think you are a local !” – Sicuro ! – piuttosto che : “Your pronunciation is very good, you will be soon fluent in Chinese” - "Ma soon quando ?", mi ha sempre spronato ad andare avanti.

E piano piano, nonostante la sua estrema riservatezza, sono cominciati ad emergere dettagli interessanti della sua vita privata. Un passato da giornalista, carriera che ha dovuto interrompere non appena il lungimirante apparato cinese ha cominciato a mettergli i bastoni fra le ruote e a controllare eccessivamente il suo operato, censurandogli articoli e limitando drasticamente il suo raggio d’azione. 
Questa attività, dagli anni universitari a Pechino fino a quelli più maturi qui a Shanghai, gli ha comunque permesso di conoscere un sacco di gente e anche di un certo livello.
Oltre ad un ottimo inglese, durante frequenti soggiorni in Europa, ha imparato lo spagnolo ed io sospetto anche l’italiano nonostante lui sorvoli sull’argomento.
Il maestro Wang è decisamente l’uomo cinese più colto che io conosca qui a Shanghai e, attraverso le nostre acrobatiche lezioni, cerco sempre di portare l’argomento su qualche tema che m’interessi particolarmente, che sia un libro, un film cinese o una mostra d’arte.
Lui mi asseconda purché non si perda di vista lo scopo dei nostri incontri settimanali e quindi la conversazione deve svolgersi per quanto possibile in cinese. Mi trovo quindi spesso a riempire il mio quadernino di termini eruditi in cinese quando, però, mi servirebbero molto di più “pomodoro” o “latte”.
E anche quando, molto più banalmente, cadiamo nella quotidianità, il maestro Wang punta sempre alla lingua nobile senza rendersi conto di chi ha di fronte o, forse proprio perché demotivato dall’ennesima allieva occidentale incapace, si rifiuta comunque di svilire se stesso ed il proprio mestiere.
Un giorno gli ho chiesto di dirmi come si dicesse “bicicletta” perché quella mattina sarei andata a far mettere a posto la mia e mi avrebbe fatto comodo sapere un paio di vocaboli invece di ridurmi al solito ed estenuante gioco dei mimi.
Mi ha scritto una serie interminabile di caratteri, che infatti non ricordo, poi si è fermato e ha aggiunto : “There is also a more casual way to say bycicle : Danche.” Due caratteri invece di quarantacinque che, guarda caso, utilizzano tutti tranne, forse, i professori di letteratura cinese all’Università di Pechino. Un po’ come se ad uno straniero si insegnasse che “bicycle” in italiano si dice “velocipede” ma volendo anche “bici”.

I primi mesi, fino a Natale, sono stati ostici e, finita la prima ora e mezza post lezione, quando ancora fresca di lezione, scendevo in portineria e tentavo goffamente di avviare una conversazione con il doorman di turno, cercando di utilizzare più o meno tutti i vocaboli appena appresi, anche a sproposito : “Oggi non nevica. Il tempo è bello. C’è il sole”, quando a Shanghai non nevica mai e di inverno il cielo è, salvo rare eccezioni, beige smog, all’ennesima risposta che non capivo, e forse meglio così perché, secondo me, mi hanno anche dato dell’idiota, cadevo nella depressione più profonda.
Il fondo l’ho raschiato proprio la prima lezione subito dopo Natale quando il mio cervello si è categoricamente rifiutato di suggerirmi anche il termine più banale tipo “hao/bene” e persino il maestro Wang, dalla disperazione, ha iniziato a rivolgere discreti e rapidi sguardi all’orologio sperando che arrivassero presto le undici, ora in cui ci congediamo.

Poi la risalita. Nel giro di un paio di mesi non so cosa sia successo ma lo scazzo dei martedì e dei giovedì mattina, quando solo all’idea di dovermi macinare 90 minuti di sci,ge,gi,zuo,cian mi veniva il latte alle ginocchia, si è trasformato nel piacere di capirci un po’ di più nonostante la serena consapevolezza di non potercela mai fare.
E allora ripasso anche il giorno prima, ascolto inutilmente la radio cinese mentre mi vesto e guardo le puntate di Peppa Pig in cinese con i miei figli, il tutto senza afferrare mai più di una parola per giorno. Pas mal. Insomma mi applico, inutilmente, ma mi applico.
Ma mentre io ho ripreso fiducia in me stessa, il maestro Wang deve, invece, averla persa perché ultimamente, nonostante mi ostini a blaterare parole senza senso nel suo idioma, lui mi risponde sempre più spesso in inglese, a volte in spagnolo e proprio l’altro giorno mi ha persino chiesto come si dicesse Monday in italiano.
“Primo giorno della settimana” gli ho risposto “but there is also a more casual way to say it – Lunedì !” Chi la fa, l’aspetti.



Entrati nello spirito, non c'è che dire 
Da sempre per me l'anno cambia numero a settembre. Inizia con la riapertura delle scuola e termina con le vacanze estive. Fedele a questa convinzione mi trovo in profondo disaccordo con il calendario gregoriano. Che senso ha, infatti, far partire l'anno nuovo a gennaio, il mese più triste, quando nessuno ha né la voglia né l'energia di rimettersi in pista dopo la pausa natalizia ? 
Senza contare che ognuno dovrebbe avere il proprio calendario personale. Per esempio io sono nel 6 d.M. dove per d.M. intendo "dopo Matteo". La mia vita è infatti sostanzialmente cambiata il 30 giugno 2010, giorno in cui sono diventata mamma. Tutto ciò che è successo dal 34 a.M sino a quell'afosa giornata d'estate in cui cercavo disperatamente di partorire appartiene ad un'altra era, ad un'altra vita e ad un'altra me.

Era quindi destino che sul mio cammino incontrassi un ebreo che, per convenzione, utilizza il nostro calendario ma che per tradizione, invece, festeggia l'inizio di un nuovo anno proprio fra settembre e ottobre.

La festa di Rosh hashana, o letteralmente capo dell'anno, non ha nulla a che fare con la nascita di Cristo, per gli ebrei tuttora un profeta no global, ma risale alla date della creazione del mondo che i rabbini stimano, in base alla Bibbia, intorno al 3760 a.C. E poiché l'anno zero ovviamente non esiste, adesso loro sono nel 5777.
Secondo il calendario lunisolare ebraico, la festa cade il primo giorno di Tishri, mese in cui iniziano i dieci giorni di pentimento durante i quali gli ebrei dovrebbero farsi l'esame di coscienza sull'anno appena trascorso e chiedere perdono a Dio che deciderà se perdonarli o meno quando è Yom Kippur. 
Per me tutta questa storia è assolutamente irrilevante ma resta il fatto che in Israele, per esempio, il periodo delle feste cada proprio in autunno, stagione che trovo più appropriata dell'inverno.

Bando alle ciance, invece in Cina l'anno cambia in occasione della prima luna nuova dopo il solstizio invernale e, quindi, fra gennaio e febbraio. Il capodanno cinese è conosciuto come Chunjie o, molto ottimisticamente, Festa di Primavera anche se gli alberi sono ancora spogli e fa un freddo cane.
Una decina di giorni fa, la Festa delle Lanterne ha dunque concluso il lungo periodo di feste in concomitanza con l'inizio del nuovo anno.
Secondo l'astrologia cinese ad ogni anno è associato, a rotazione, uno dei dodici animali dello zodiaco, dal Topo al Maiale e questo è il turno del Gallo che rimpiazza la Scimmia.
Per esempio, in casa nostra abbiamo una Tigre, Matteo, un Drago, Tommaso, e due Conigli, Iduzzo ed io, cosa che non ci avvantaggia. Perché il coniglio sarà anche, secondo la tradizione locale, quieto, riservato, retrospettivo ma il drago e la tigre se lo mangiano in un boccone. 

Durante il capodanno cinese il colore dominante nelle decorazioni è il rosso, dalle lanterne agli hongbao, le buste in cui si infilano soldi da distribuire un po' a tutti, anche ai bambini. Un rituale che ora conosco ma che ai tempi, a Taipei, mi aveva trovata impreparata. Ricordo di un pomeriggio, eravamo appena approdati a Taiwan, quando mi sono sentita bussare alla porta e la mia vicina di casa si era presentata per farci gli auguri e per consegnare a Matteo, allora cinque mesi, la famosa busta rossa. Avevo pensato si trattasse di un semplice biglietto di auguri ma dentro c'erano proprio dei soldi e non pochi. Convinta fosse un errore o, anche peggio, un'offerta d'acquisto per Matteo, prima di attraversare il pianerottolo e restituirla, mi sono consultata con Polly, il nostro angelo custode che mi ha rassicurato : "It's ok, Anna. You can keep it. It's our tradition."
Ai lati delle porte o dei portoni di ingresso si appendono invece i Chun lian, una coppia di strisce rosse con caratteri dorati di buon auspicio. Quello che ho a casa io, ne avevo comprato ancora uno a Taipei quando ovviamente non sapevo che ci volesse la coppia, pare dica così : Una famiglia serena e tranquilla sarà sempre fortunata. Sperem.


Rosso ovunque ma soprattutto sulle porte ed i portoni di ingresso decorati con gli immancabili Chun lian
Il rosso è il colore che, secondo la leggenda, spaventa Nian, e "nian" vuol dire anche "anno" in cinese, un mostro enorme con il ciuffo tinto biondo e la cravatta rossa ... ah no, scusate, quello esiste davvero e vive alla Casa Bianca ... questo è invece un mostro con la testa di leone che, proprio una volta ogni dodici mesi, esce dalla tana per divorare esseri umani. Proprio per allontanarlo la tradizione vuole che, in occasione del capodanno, oltre ad un tripudio di rosso ovunque, si sparino fuochi d'artificio e si faccia sostanzialmente un sacco di rumore. Una storia che è stata ripetutamente raccontata a scuola ai miei figli tanto che, proprio la notte di capodanno, Tommaso era terrorizzato che lo Nian entrasse in casa.
"Tommaso, non preoccuparti, non esiste !"
"No esiste, esiste. Me lo hanno detto a scuola!"
"È solo una leggenda. Non esiste."
"Mamma, cosa vuol dire "leggenda" ?"
"È una storia che non è vera, come questa."
"Ma è vera. Me l'ha raccontata la maestra."
"Va bene. Sarà anche vera ma non preoccuparti. Nian vive a Washington e ce l'ha con i cinesi."

Quest'anno, contrariamente a quasi l'intera popolazione expat che ha colto l'occasione per menare le tolle, respirare aria pulita e farsi un po' di mare, noi abbiamo optato per la staycation come dicono gli americani. Ad un mese scarso dal nostro rientro dall'Italia l'idea di salire di nuovo su di un aereo mi faceva semplicemente vomitare. L'abbiamo trascorso tutto qui questo Chunjie, in una Shanghai tranquilla e deserta, abbandonata dagli occidentali ma soprattutto dai cinesi che, nei giorni precedenti alle festività, carichi di valigie e di regali sono saliti su treni, macchine e aerei per raggiungere le proprie famiglie anche in zone molto distanti della Cina. 
Per molti questo, conosciuto con il termine di Chunyùn, è infatti l'unico periodo dell'anno in cui poter riabbracciare i genitori, le mogli ma anche i figli lasciati a casa prima di avventurarsi nelle grandi città alla ricerca di un lavoro anche umilissimo.
S tratta in assoluto di uno dei maggiori spostamenti di massa al mondo e quindi di una sfida non indifferente per gli organi preposti al controllo e alla gestione delle infrastrutture e dei trasporti.
A Shanghai i treni della metropolitana in direzione della stazione erano stipati di giovani e famiglie con bambini. Uomini e donne che, oltre alle valigie, cercavano di destreggiarsi con thermos, scatole di cibo, sacchetti, coperte, il tutto per affrontare viaggi anche molto lunghi verso il paese o la città di origine. 


@Gilles Sabrié
Tratto da Chris Bukley - Adam Wu " Chinese New Year : Inside the world's largest trek " - NY Times - 26.01.2017 
Osservavo questa umanità con grande tenerezza e simpatia ma anche sollievo nel ritrovarmi spesso sola sui treni che, invece, riportavano verso centro città dove, a parte qualche bus di turisti, per le strade si vedevano sempre meno crapini neri aggirarsi silenziosi e rapidi come le formiche, a piedi, a cavallo dei loro scooter un po' malconci o sulle bici "station-wagon" stracariche di merce.
Persino la musica cinese che da mesi allieta le nostre serate e che ho scoperto provenire dal parchetto dietro casa dove, cascasse il mondo, si raduna un gruppo di anziani per darsi alle danze, si era finalmente quietata.

Nessun rimorso quindi per aver scelto di rimanere stanziali, aspettando l'anno del Gallo in compagnia di qualche buon libro e riprendendoci sostanzialmente dal nostro esodo, quello natalizio, sicuramente più comodo e meno laborioso ma, diciamo, diversamente stancante.







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